Negli ultimi anni la parola backpacker è diventata quasi un’identità.
Ma qual’è davvero il significato di backpacker e cosa significa viaggiare in questo modo?
Zaino in spalla, ostelli, lavori temporanei e la promessa di una vita più libera.
Molti viaggiatori amano definirsi anche mentalmente aperti.
È una frase che si sente spesso lungo le rotte del viaggio: negli ostelli, nei luoghi pieni di viaggiatori, nelle conversazioni tra chi si sposta da un paese all’altro.
Ma cosa significa davvero essere mentalmente aperti quando si viaggia?
Significa conoscere il mondo, capire culture diverse e mettersi in discussione.
Oppure significa semplicemente vivere senza regole, accumulare esperienze e passare velocemente da un luogo all’altro?
Viaggiando in Australia come in altri posti, mi sono trovata spesso a farmi questa domanda.
Ma qui il mondo dei backpacker è veramente ovunque: negli ostelli, nelle città, nelle farm, nei lavori stagionali. Eppure, paradossalmente, ho avuto spesso la sensazione che molti viaggiatori non fossero davvero interessati al luogo in cui si trovavano.
Le conversazioni ruotavano quasi sempre attorno alle stesse cose: miniere, paga oraria, lavori nelle farm, quanto si riesce a risparmiare.
L’Australia, sembrava quasi uno sfondo.
Un luogo attraversato, ma raramente davvero guardato.
E allora mi sono chiesta: il backpacking è ancora un modo per conoscere il mondo, oppure è diventato qualcosa di diverso?

Non tutti viaggiano per le stesse ragioni
Quando si osserva questa dinamica da fuori nasce quasi una sensazione di distanza.
Non tutti viaggiano per le stesse ragioni.
Alcuni cercano soprattutto un ritorno economico.
Altri cercano libertà e divertimento.
Altri ancora cercano qualcosa di diverso: i luoghi, le persone, il significato dell’esperienza.
Ed è qui che emerge una distinzione importante.
Viaggiare non significa necessariamente diventare backpacker nel senso culturale del termine.
Si può attraversare il mondo con uno zaino e allo stesso tempo non riconoscersi in quel modello di viaggio.
Viaggiare per osservare
C’è chi viaggia per osservare.
Per capire le dinamiche umane.
Per incontrare i local.
Per vivere davvero i luoghi.
In questo caso il viaggio non è solo movimento o lavoro.
Diventa una forma di esplorazione più profonda.
Si osservano le persone.
Si ascoltano le storie.
Si cercano dettagli che spesso sfuggono a chi è solo di passaggio.
È un modo di viaggiare più lento e più personale.
Ma chi sono davvero i backpacker
Il backpacking nasce negli anni ’60 e ’70 come forma di viaggio alternativa.
In quel periodo molti giovani occidentali attraversavano il mondo con pochi soldi, cercando libertà, esperienze autentiche e un contatto diretto con culture diverse.
Era un viaggio lento, spesso improvvisato, molto lontano dal turismo tradizionale.
Negli anni ’80 e ’90 il fenomeno si consolida con la diffusione degli ostelli e delle prime guide di viaggio dedicate ai viaggiatori indipendenti.
Il backpacker diventa una figura riconoscibile: uno zaino in spalla, lunghi viaggi, budget ridotto e grande flessibilità.
Il paradosso del backpacking moderno
Con la globalizzazione, i voli low cost e i social media, il backpacking si è diffuso enormemente.
Oggi milioni di persone nel mondo adottano questo stile di viaggio.
Ma questo successo ha creato anche un paradosso.
Ciò che era nato come alternativa al turismo di massa, in molti luoghi si è trasformato in una nuova forma di turismo standardizzato.
Stesse rotte.
Stessi ostelli.
Stesse esperienze.
A volte sembra quasi che i viaggiatori stiano attraversando il mondo senza davvero incontrarlo.
Un mondo sempre più “finto”?
Una volta parlando con un ragazzo mi disse una cosa che mi fece riflettere.
Secondo lui il mondo stava diventando sempre più finto.
L’autenticità si stava perdendo, così come le culture dei popoli che spesso diventano attrazioni.
A riguardo ti consiglio di leggere il mio articolo sul villaggio delle donne Karen in Thailandia.
Un giorno, disse, forse le persone smetteranno di viaggiare perché non ci sarà più nulla da scoprire.
Si viaggerà solo per portare a casa contenuti e metterli sui social.
A volte anche io ho questa impressione.
A volte mi aspetto grandi cose da un luogo e rimango delusa.
Succede anche con l’Australia.
L’Australia viene spesso raccontata come la terra delle opportunità.
Ed è vero che qui si guadagna di più e si lavora molto.
Ma basta davvero questo per cambiare vita?
Ho già raccontato la prima parte del mio viaggio in Australia, in cui parlo proprio di queste cose.

Ritrovare il senso del viaggio
Forse il viaggio oggi è cambiato.
È più accessibile, più veloce, più condiviso.
Si attraversano continenti con facilità, si accumulano esperienze, si collezionano luoghi.
Ma a volte ho la sensazione che, mentre il mondo si apre sempre di più, il modo di viverlo rischi di diventare più superficiale.
Si viaggia molto, ma si osserva poco.
Si incontrano tante persone, ma si ascolta meno.
Si attraversano luoghi incredibili senza davvero entrarci dentro.
Forse è anche per questo che qualcuno dice che il mondo è diventato “finto”.
Non perché non esistano più luoghi autentici, ma perché a volte siamo noi a smettere di cercarli davvero.
Eppure il viaggio conserva ancora una forza straordinaria: quella di farci cambiare prospettiva.
Non serve attraversare mezzo mondo per essere mentalmente aperti.
Serve piuttosto la capacità di restare curiosi, di osservare, di mettere in discussione ciò che pensiamo di sapere.
Forse la vera apertura mentale non sta nel vivere senza valori o nel seguire le rotte degli altri.
Sta nel continuare a guardare il mondo con occhi curiosi, senza perdere la propria coerenza.
E forse il viaggio più interessante non è quello che fanno tutti.
È quello che, a un certo punto, decidiamo di costruire da soli, senza somigliare a nessuno.

