Jago Museum Napoli: le opere che ci guardano dentro

Durante il mio soggiorno a Napoli sono voluta andare al Jago Museum, nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel Rione Sanità.

La chiesa, costruita nel Seicento, è rimasta chiusa per decenni. Dal 2023 ospita il museo di Jago: visitarlo permette di scoprire anche un luogo a lungo rimasto inaccessibile.

Qui le emozioni prendono forma nel marmo, nei gesti e nelle espressioni delle figure scolpite. Guardandole, mi sono chiesta: siamo noi che guardiamo l’arte o è l’arte che guarda dentro di noi?

Chi è Jago

Jago, nome d’arte di Jacopo Cardillo, è uno scultore italiano nato a Frosinone nel 1987. Lavora il marmo utilizzando tecniche tradizionali e racconta anche sui social il processo di creazione delle sue opere.

Nelle sue sculture riprende il linguaggio dell’arte classica e lo porta nel presente, affrontando aspetti e tematiche della nostra società. Ritroviamo figure e immagini familiari, ma qualcosa cambia e mette in discussione ciò che ci aspettiamo di vedere.

Self: l’autoritratto che possiamo toccare

Ad accoglierci appena entrati è Self, l’autoritratto di Jago, l’unica scultura del museo che durante la visita possiamo toccare.

Il contatto delle mani, nel tempo, modifica la superficie del marmo. Anche quel volto è destinato a cambiare, proprio come cambia e invecchia la persona che rappresenta.

È l’unico incontro in cui possiamo avvicinarci all’opera anche attraverso il tatto, contribuendo, con il nostro passaggio, alla sua trasformazione.

Natura morta: un canestro pieno di armi

L’opera successiva incarna molto bene il rapporto tra il linguaggio del passato e il presente.

È una Natura morta: un canestro che, al posto della frutta, contiene armi scolpite nel marmo. Il riferimento è alla Canestra di frutta di Caravaggio, ma ciò che abbiamo davanti ci porta a riflettere sulla violenza della nostra società.

Dentro un oggetto che siamo abituati ad associare al cibo troviamo strumenti costruiti per uccidere. Anche il titolo, “Natura morta”, assume così un significato diverso.

La Pietà di Jago: a chi appartiene la fragilità?

Questo rapporto tra immagini del passato e temi del presente ritorna nella Pietà. Un uomo sorregge il corpo senza vita di un adolescente. Il richiamo alla Pietà di Michelangelo è riconoscibile, ma qui il dolore passa attraverso il volto di una figura maschile.

Nei suoi lineamenti ritroviamo anche quelli di Jago, che durante la realizzazione ha utilizzato il proprio viso per studiarne l’espressione.

Il giovane corpo ha tratti che non ci permettono di identificarlo immediatamente come maschile o femminile. Per me questa ambiguità lascia spazio a chiunque si fermi a guardare: possiamo riconoscervi una persona cara, oppure noi stessi.

A chi appartiene la fragilità? A chi viene sorretto, o anche a chi deve trovare la forza di sostenerlo?

In quell’abbraccio possiamo riconoscere il bisogno di proteggere qualcuno e il dolore di non poterlo più fare. Non abbiamo bisogno di conoscere i nomi di quelle persone per sentirle vicine.

Jago ha uno strano modo di provocarci: lo fa suscitando domande.

La pietà di Jago nel Jago Museum

La David: a chi appartiene la forza?

La David, per esempio, è una donna forte e fiera. La posa richiama il David di Michelangelo, ma il corpo femminile cambia l’immagine che ci aspettiamo di trovare.

E allora, a chi appartiene la forza? Perché vederla rappresentata da una donna, in una figura che conosciamo così bene al maschile, ci sorprende?

Quella sorpresa può dirci qualcosa del nostro modo di guardare gli altri, delle caratteristiche che siamo abituati ad attribuire a un corpo ancora prima di conoscere la persona.

Jago Museum e la Venere di Jago

La Venere di Jago: quali corpi consideriamo belli?

La Venere ci mette davanti a un’altra aspettativa. La sua posa ricorda quella della Venere di Botticelli, ma qui la donna è anziana, senza capelli, con la pelle e il corpo segnati dal tempo.

Perché non può essere ancora bellissima?

Lei rimane Venere. Il suo nome non cambia insieme al suo corpo. Siamo noi, forse, a fare fatica a riconoscere la bellezza quando si allontana dall’immagine a cui siamo abituati.

Il suo sguardo mi dà quasi l’impressione che sia lei a osservarci, a guardarci dentro e a giudicarci. Noi guardiamo le sue rughe, lei sembra chiederci perché ci disturbino.

Narciso: chi vediamo nel riflesso?

Un’altra opera molto interessante è Narciso. La figura maschile si china verso quella che immaginiamo essere la superficie dell’acqua, ma il riflesso è una donna.

È la sua parte femminile? Un’altra persona? Qualcuno che cerca dentro di sé?

Sono possibilità di lettura. L’opera lascia spazio all’interpretazione e ci invita a riflettere sulla distanza tra ciò che vediamo di qualcuno e ciò che quella persona vede in sé.

Una mano sembra cercare di raggiungere la figura riflessa, scomparendo oltre quella superficie immaginaria. È un gesto che mi fa pensare al tentativo di afferrare qualcosa che vediamo, ma che forse non riusciamo a comprendere fino in fondo.

l'opera di Narciso nello Jago Museum

Aiace e Cassandra: il momento della resistenza

L’ultima opera di questo percorso è Aiace e Cassandra. Nel mito, Cassandra viene violentata da Aiace nel tempio di Atena, dove aveva cercato rifugio.

Jago sceglie di rappresentare il momento della lotta: Cassandra si oppone, cerca di respingerlo con tutte le sue forze. Il suo volto è contratto in un urlo e tutto il corpo partecipa alla resistenza.

La scultura lascia l’azione sospesa. Conosciamo il racconto, ma davanti a noi c’è una donna che sta lottando per sé stessa. È su quel gesto che Jago porta la nostra attenzione.

Anche i miti, allora, possono essere riletti. Cambia ciò che scegliamo di mettere al centro, e quelle storie antiche tornano a parlarci del presente.

Aiace e Cassandra, l'opera di Jago esposta allo Jago Museum

E in queste domande ci ritroviamo

Le opere di Jago mettono in discussione il nostro modo di vedere gli altri. Ci chiedono a chi attribuiamo la forza, a chi concediamo la fragilità, quali corpi consideriamo belli.

E nelle figure che osserviamo possiamo ritrovare qualcosa di noi, anche quando sono diverse da come siamo o da come ci immaginiamo. La paura, il dolore, il desiderio di essere riconosciuti, la forza di reagire sono sentimenti ed esperienze che possono accomunarci.

Siamo noi che guardiamo l’arte o è l’arte che guarda dentro di noi?

Forse è questo che mi interessa delle opere di Jago: mentre cerchiamo di capire chi abbiamo davanti, finiamo per interrogarci anche su noi stessi.

E in queste domande ci ritroviamo.

Visitare lo Jago Museum a Napoli: informazioni utili

Lo Jago Museum si trova nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, in Piazzetta Crociferi 4, nel Rione Sanità.

Il biglietto intero costa 10 euro e comprende anche la visita al Figlio Velato, custodito nella Cappella dei Bianchi della Basilica di San Severo fuori le mura, a circa dieci minuti a piedi dal museo.

Lo stesso biglietto permette di accedere alle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso a tariffa ridotta.

Per organizzarti, controlla orari, disponibilità e tariffe sul sito ufficiale dello Jago Museum.