Tra immaginario, isolamento rurale e lavori per il visto
Quando si pensa all’Australia, l’immaginario collettivo è quasi sempre lo stesso.
Spazi immensi.
Oceano.
Road trip infiniti.
Van parcheggiati davanti al mare.
L’idea di libertà assoluta.
Per molti europei, questa terra appresenta ancora una specie di ultima frontiera.
Il posto dove reinventarsi.
Dove mollare tutto e ricominciare.
Anche io, in fondo, ero partita con il Working Holiday Australia e quell’immaginario.
Sono passati due mesi da quando sono tornata qui.
Dopo essermi appoggiata in un ostello a Perth per sistemare l’ultima parte dei documenti e chiudere definitivamente la storia dell’errore del visto, sono partita verso sud, alla ricerca delle famose farm australiane.
Come ho spiegato già in precedenza
(qui il link della prima parte della storia), ci sono diversi lavori che si possono fare per ottenere l’estensione del visto, soprattutto nelle zone remote.
Nelle città remote sono validi quasi tutti i lavori, come hospitality o construction.
Poi ci sono le miniere: vivi per settimane nel deserto, nel bel mezzo del nulla, alternando lunghi shift a brevi ritorni alla vita normale.
E infine ci sono loro. Le farm.
Io ho scelto di intraprendere questo percorso perché penso faccia parte dell’esperienza.
E nei racconti dei backpacker sembrano quasi un rito di passaggio.
Il lato meno raccontato del Working Holiday Australia
Molti immaginano la natura, l’aria aperta, la vita semplice.
E in parte è così.
Le farm australiane hanno qualcosa di profondamente cinematografico: le strade rosse nel nulla, gli alberi da frutto, gli animali, le albe fredde, il silenzio delle campagne.
Per chi arriva dall’Europa, sembrano quasi un ritorno a qualcosa di più autentico.
Ma la realtà, spesso, è molto più complessa.
Perché lavorare in farm significa anche entrare in contatto con realtà rurali estremamente isolate, dove a volte il tempo sembra essersi fermato.
Ed è lì che il mito dell’Australia “avanti”, libera e progressista, inizia a incrinarsi.
Molti farmer vengono da piccoli paesi, da contesti molto chiusi.
E improvvisamente tu non sei più la ragazza che ha attraversato il mondo per vivere un’esperienza.
Diventi “la backpacker straniera”.
L’immigrata.
E a volte semplicemente: la donna.
Ovviamente non è sempre così.
Ci sono persone splendide e ambienti sani.
A volte sono stata trattata benissimo.
Altre volte invece ti può andare veramente male.
La farm di mele e il disagio che cresce lentamente
Io finii in una farm di mele.
All’inizio sembrava tutto perfetto.
Il lavoro mi piaceva perché amo stare a contatto con la natura.
Il farmer era gentile, ci offriva sempre il caffè e non ci pressava continuamente sulla velocità della raccolta della frutta, come spesso accade in altre farm.
Poi iniziarono le prime battute.
“È solo una donna.” Disse ridendo.
Oppure:
“Perché mi guardi come se fossi una scimmia?”
O ancora:
“Non mi sembri una ragazza fredda.”
Una volta mi disse:
“Tu sei come una rosa con le spine.”
All’inizio cercavo quasi di minimizzare.
Di convincermi che fosse solo un modo di fare strano.
Che magari stessi esagerando.
Ma il disagio cresceva lentamente.
Un giorno eravamo seduti a tavola io e altri due ragazzi.
Disse che dovevo preparare una torta di mele.
Non lo chiese a loro.
Lo chiese a me.
Come quando mi chiedeva di lavare le tazze del caffè che usavamo tutti.
Piccole cose.
Ma abbastanza da farti capire che, nel suo sguardo, io non ero davvero una lavoratrice come gli altri.
E poi iniziarono i contatti fisici.
Un giorno mi abbracciò stringendomi forte e mi diede un bacio sulla guancia dicendo:
“I want to hug you.”
Spesso mi isolava nei lavori, assegnandomi mansioni più leggere e inutili rispetto agli altri, come togliere i limoni rovinati dalle piante.
Poi arrivava lì, faceva qualche battuta, cercava il contatto, provava a toccarmi la coscia mentre ero sul trattore con lui.
Io mi ritraevo.
Ma la cosa che mi pesa ancora oggi è che non riuscivo a reagire come avrei voluto.
Mi sentivo bloccata.
Inerme.
Come se stessi continuamente cercando di mantenere un equilibrio per non creare problemi.
Ed è questo che molte persone non raccontano delle farm australiane:
la vulnerabilità.
Perché quando vivi in posti isolati, dipendi dal lavoro, dalle ore, dai passaggi in macchina, dall’alloggio, inizi inconsciamente a tollerare cose che normalmente ti farebbero allontanare subito.
“Tu sei un discorso a parte”
Un giorno pioveva.
Quando piove in farm si rischia di non lavorare perché il terreno diventa troppo bagnato.
Molti backpacker però chiedono comunque di lavorare, sperando che gli vengano assegnati altri compiti.
I due ragazzi con cui lavoravo glielo chiesero e lui accettò.
Poi guardò me e disse:
“Tu puoi fare quello che vuoi, perché sei un discorso a parte.”
Quella frase mi rimase dentro.
Perché io dovevo essere trattata diversamente?
Quando tornavo in ostello non ero distrutta dalla fatica fisica.
Ero avvilita da quella sensazione costante di svalutazione mascherata da gentilezza.
Dal “trattamento speciale”.
Dalla farm alla fabbrica
Poi si presentò un’altra opportunità: una fabbrica di patate fritte.
Sulla carta sembrava il lavoro peggiore.
Molto più monotono.
Molto meno poetico.
Molto meno “Working holiday Australia”.
Eppure accettai.
Anche perché era valido per gli 88 giorni e garantiva continuità: si lavora tutto l’anno, con la pioggia e con il sole.
A differenza delle farm, dove devi inseguire le stagioni, il meteo e spesso non riesci neanche ad arrivare a quaranta ore settimanali.
Adesso passo dodici ore davanti a una macchina a smistare patate.
Tre giorni a settimana più uno shift più corto.
Lavoro quasi solo con australiani, più grandi di me.
E per lo meno vengo trattata come loro.
Ed è forse questa la parte più ironica di tutta la storia.
La farm sembrava libertà.
La fabbrica sembrava alienazione.
E invece nella natura mi sentivo continuamente osservata, ridotta, trattata come “diversa”.
Mentre in una fabbrica rumorosa di patatine, nel mezzo dell’Australia rurale,
ho ritrovato qualcosa di molto più semplice:
la dignità di essere vista come una persona uguale alle altre.
Ed è forse qui che ho iniziato a capire una cosa che si racconta ancora troppo poco del Working Holiday Australia.
Molti backpacker finiscono per tollerare situazioni spiacevoli perché sentono di non avere davvero alternative.
Quando il tuo visto dipende da quei lavori, tutto cambia.
Le ore lavorate diventano tempo necessario per restare nel Paese.
E questo crea inevitabilmente uno squilibrio di potere.
Le tutele esistono. In Australia esistono enti e sindacati come il Fair Work Ombudsman che tutelano i lavoratori, anche stranieri. Ma nella realtà, soprattutto nelle zone rurali e nei lavori legati agli 88 giorni, molti backpacker si sentono comunque soli.
Perché spesso:
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- non conoscono bene i propri diritti
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- non parlano perfettamente inglese
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- vivono in posti isolati
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- dipendono dal lavoro anche per l’alloggio
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- hanno paura di perdere giorni validi per il visto
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- non sanno a chi rivolgersi
E così iniziano ad accettare cose che normalmente non accetterebbero.
Ovviamente questa è soltanto la mia esperienza.
Non tutte le farm australiane sono così, e sarebbe sbagliato raccontarle come una realtà unica.
Ci sono backpacker che si sono trovati benissimo, che hanno conosciuto persone corrette, ambienti sani e farmer rispettosi.
Io stessa, in altri contesti, sono stata trattata bene.
Credo che nelle farm entri in gioco anche la fortuna.
Le persone che incontri.
Il posto in cui capiti.
Il momento della tua vita in cui arrivi lì.
Ma forse è proprio questo il punto.
Dietro il mito romantico esistono realtà molto diverse tra loro, e non tutte assomigliano alle immagini perfette raccontate sui social.
Forse è anche questo il vero volto del Working Holiday Australia: un’esperienza capace di cambiarti, ma non sempre nel modo romantico che immagini prima di partire.
Ci sono strade che all’inizio sembrano libertà. Poi diventano consapevolezza.
