Dimmi come bevi il caffè e ti dirò chi sei
Ogni paese ha il suo modo di bere il caffè. Cambia la tazza, cambia il tempo che gli si concede, cambia il gesto con cui viene portato alle labbra.
Ma osservare come si beve il caffè nel mondo è uno dei modi più semplici per capire dove ti trovi.
A volte, anche qualcosa in più sulle persone che lo abitano.
Ogni città ha la sua identità: le persone, i profumi, i colori, i suoni. A volte è il rumore del traffico, altre le voci che si intrecciano per strada. Ma spesso è il suono secco di una tazzina appoggiata sul bancone e l’odore del caffè che si diffonde nell’aria.
Il caffè non è mai solo una bevanda. È un rito quotidiano, un’abitudine culturale, un modo di stare nel mondo.
Viaggiando ho imparato che il modo di bere il caffè cambia da paese a paese e racconta molto più di quanto sembri.
Il caffè come gesto quotidiano
In Italia il caffè è veloce.
Si beve di fretta, in piedi al bancone, come se fermarsi troppo fosse quasi una colpa. Dura pochi secondi, ma l’espresso è denso, dal sapore deciso. In quel momento non serve essere in compagnia: conta solo esserci. Un gesto così normale da diventare identità.
Esperienze che raccontano un luogo
In Asia, il caffè diventa polvere.
Il caffè più comune, dalla consistenza grossolana, viene miscelato direttamente nell’acqua calda in tazza e lasciato depositare sul fondo. Ricordo ancora la mia prima volta: non capivo quanto metterne, ne misi troppo e riempii la tazza fino all’orlo. C’erano grumi ovunque, perché difficilmente si scioglie. Ma è proprio questo il punto: non deve sciogliersi, deve cadere sul fondo.
Questo è il caffè quotidiano, quello che trovi un po’ ovunque. Se invece si cercano esperienze più particolari, esistono caffè che raccontano storie molto diverse.
In Indonesia, ad esempio, esiste il caffè Luwak, uno dei più pregiati e costosi al mondo ed è anche il mio preferito. Non ne consiglio però l’acquisto, perché spesso gli animali coinvolti nella produzione vengono sfruttati e maltrattati. Questo caffè nasce infatti da un piccolo animale simile a un gatto, che mangia le bacche di caffè e, digerendole, ne modifica il sapore. I chicchi vengono poi raccolti, puliti e tostati.
Se decidi di provarlo, fallo solo in piantagioni che utilizzano metodi tradizionali, raccogliendo i chicchi lasciati dagli animali liberi in natura e non rinchiusi in gabbie. Per questo motivo, ad esempio, non consiglio di assaggiarlo a Bali.

In Vietnam, invece, ho scoperto il caffè all’uovo, nato come alternativa al latte. L’uovo viene montato con lo zucchero, quasi come uno zabaione, e servito separatamente dal caffè. Arriva su un piccolo vassoio, spesso accompagnato anche da una tazzina di tè. A quel punto si mescola la spuma al caffè corto vietnamita, dall’aroma intenso. Il risultato ricorda una crema di caffè: più che una bevanda, è una vera esperienza.

Il caffè come cultura urbana
In Australia, il caffè viene preparato in mille modi diversi. Ne sono quasi ossessionati, forse anche per via del forte multiculturalismo del paese. Costa abbastanza: un espresso si aggira intorno ai tre dollari. Non troverai caffè Luwak o caffè all’uovo, ma l’Australia è famosa per la qualità del suo caffè.
Ricordo le tazze giganti decorate con latte art. Di solito ti chiedono tre varianti: la piccola, poco più grande di un nostro cappuccino, la media e la grande, una quantità tale da farci colazione, pranzo e cena. Le varianti di preparazione di caffè sono così tante che non sono riuscita a provarle tutte. C’è il long black per esempio, simile a un caffè americano “all’italiana”, un espresso allungato con acqua calda in una tazza di ceramica.
Difficilmente vedrai persone bere il caffè al bancone: tutti sono seduti, a chiacchierare o a lavorare al computer. Se chiedi un caffè con latte freddo, fai attenzione: spesso lo preparano con il ghiaccio, è la norma.
Una tazzina come bussola
Il caffè, alla fine, rimane sempre lo stesso gesto.
Semplice. Quotidiano. Universale.
Cambia la tazza, cambia il tempo che gli si concede, cambia il modo in cui viene bevuto. Ma ovunque mi trovi, davanti a una tazzina riconosco qualcosa di familiare. Un momento che appartiene a tutti, anche se vissuto in modi completamente diversi.
Forse è per questo che, viaggiando, cerco sempre un caffè.
Per fermarmi. Per osservare. Per ascoltare i suoni di una città che non conosco ancora. Per capire dove sono e anche dove sto andando.
Perché ogni città ha la sua identità fatta di persone, profumi, colori e rumori.
E spesso, tra tutti, è proprio quello secco di una tazzina appoggiata sul bancone a raccontarla meglio.