Viaggio alle Fiji tra immersioni e vita nelle isole Yasawa

Volevo che il mio primo brevetto Open Water avesse un posto speciale.
Dopo una brutta esperienza in Indonesia, avevo iniziato ad avere paura dell’acqua, e scegliere dove tornare a immergermi, per me, aveva un significato preciso.

Ho scelto un viaggio alle Fiji. Perché proprio le Fiji?

La prima volta che ho sentito questo nome è stata guardando The Truman Show.
Il protagonista vive, senza saperlo, in una realtà costruita per uno spettacolo televisivo.
Per impedirgli di lasciare l’isola, il creatore dello show ha perfino inscenato la morte di suo padre in mare, quando Truman era bambino, provocandogli una profonda paura dell’acqua.

Truman sogna di andare alle Fiji, dove crede si sia trasferita Sylvia, la ragazza di cui si è innamorato.
Ma per partire deve attraversare proprio quel mare che lo spaventa. Alla fine trova il coraggio di farlo e riesce a uscire dal mondo costruito intorno a lui.

Per me, quel nome era rimasto legato a un luogo lontanissimo, quasi irraggiungibile. Da adulta mi sono ritrovata a sceglierlo con una paura da affrontare anch’io: quella dell’acqua.

Il mio viaggio alle Fiji è cominciato così.

il mio viaggio alle Fiji

L’arrivo a Nadi

Sono partita dall’Australia, facendo scalo a Sydney, e sono atterrata all’aeroporto di Nadi, sull’isola di Viti Levu.

Appena arrivi, le Fiji si fanno sentire. Nel mio caso, con le voci e le chitarre degli uomini che cantavano in aeroporto. Durante il viaggio avrei ritrovato quella musica tante volte: nei resort, in villaggio e soprattutto in ostello.

Già la prima sera a Nadi ci siamo radunati a cantare e suonare la chitarra. Ero appena arrivata e c’era già qualcuno con cui passare la serata.

Quando si pensa a un viaggio alle Fiji, spesso si immaginano resort di lusso e bungalow fuori budget.
Nelle Yasawa ho scoperto che la parola “resort” può indicare anche strutture informali, con diverse sistemazioni, compresi i dormitori. Un po’ come un ostello, ma su un’isola.

Le isole Yasawa tra Drawaqa e Nacula

Per questo viaggio ho scelto l’arcipelago delle Yasawa e due soggiorni diversi: il Barefoot Manta, sull’isola di Drawaqa, e una homestay nel villaggio di Navotua, sull’isola di Nacula, più a nord.

Volevo dedicare la prima parte alle immersioni e poi trascorrere qualche giorno ospite di una comunità, per conoscere anche la vita quotidiana di un villaggio.

Per raggiungere le Yasawa esistono diversi collegamenti. Due servizi da conoscere sono lo Yasawa Flyer di South Sea Cruises, in partenza da Port Denarau, e il Tavewa Seabus, in partenza da Lautoka. La scelta dipende dall’isola e dalla struttura in cui si alloggia: conviene concordare con chi ti ospita anche l’eventuale ultimo tratto in barca.

Per arrivare a Navotua, infatti, dopo il traghetto una piccola imbarcazione è venuta a prendermi e mi ha accompagnata fino al villaggio.

Ti lascio il link utile per prenotare online lo Yasawa Flyer tramite la South Sea Cruises poiché si ferma in quasi tutti i resort.

il mio viaggio alle Fiji- isole yasawa

Il mio battesimo dell’acqua

Al Barefoot Manta ho preso il mio primo brevetto Open Water.

Il mio istruttore, Saki, mi ha trasmesso la sicurezza di cui avevo bisogno e l’amore per le immersioni. Per chi parte con una paura, avere accanto qualcuno di cui fidarsi conta molto.

Alla mia sesta immersione, a 18 metri di profondità, si è appannata la maschera. Non vedevo più nulla.

Sentivo che stavo per andare in panico. Ho continuato a respirare lentamente e a ripetermi: «Rimani calma».

Ho tolto la maschera, chiuso forte gli occhi e continuato a respirare dalla bocca. Sentivo l’acqua nel naso e le piccole correnti intorno a me.

L’ho rimessa, ma non vedevo ancora. Saki mi ha raggiunta e ci siamo scambiati le maschere. Di nuovo, con calma, l’ho indossata e svuotata.

E finalmente sono tornata a vedere.

Ho continuato l’immersione e sono riuscita a godermela. Ma di quel giorno mi rimane soprattutto quel momento: avevo paura e sono riuscita a restare calma, anche perché vicino avevo una persona di cui mi fidavo.

Durante le sei immersioni di quel soggiorno ho visto una barriera corallina viva e coloratissima, squali pinna nera e pinna bianca, pesci pagliaccio, polpi e tanti altri pesci di cui ancora non conosco tutti i nomi.

Nei punti in cui mi sono immersa ho trovato acqua limpida e condizioni che mi hanno aiutata a imparare. Questo, però, non significa che il mare delle Fiji sia sempre calmo o privo di correnti: le condizioni cambiano da un sito all’altro. Io mi sono affidata a Saki e ai luoghi scelti per il corso.

Una delle cose che ho apprezzato di più a Drawaqa è stata la vicinanza della barriera alla riva, con la possibilità di osservarla anche facendo snorkeling.

Le mante, invece, non le ho viste. Nella zona di Drawaqa la stagione degli avvistamenti va generalmente con un picco da luglio a ottobre, ma si tratta di animali liberi e incontrarli non è garantito.

Mi piace pensare che l’oceano mi abbia dato quello di cui avevo bisogno. Io dovevo essere concentrata a imparare a respirare sott’acqua.

La barriera corallina e il significato di Vanua

Il Barefoot Manta porta avanti anche un programma di conservazione marina, con attività di monitoraggio e ripristino della barriera corallina e una collaborazione con la comunità proprietaria dell’isola.

L’attenzione per il mare mi ha fatto interessare a un concetto della cultura indigena figiana: vanua.

Tradurlo soltanto con “terra” sarebbe riduttivo. Il termine comprende il legame fra un territorio, le persone che vi appartengono, gli antenati, le tradizioni e la dimensione spirituale della comunità. Anche il mare e le risorse da cui dipende la vita fanno parte di questa relazione.

Quello che mi ha colpita è l’idea che un luogo possa essere parte della propria identità. Prendersene cura riguarda quindi anche la comunità, la sua storia e chi verrà dopo.

Ho ripensato a questo legame anche a Navotua, osservando l’orto condiviso e la vita del villaggio.

La kava e le serate passate insieme

Al Barefoot Manta ho assaggiato per la prima volta la kava, una bevanda tradizionale preparata con la radice della pianta e acqua.

La sera ci sedevamo per terra, si cantava e la bevanda veniva servita da una grande ciotola in una piccola coppa di cocco. 

Il rituale prevede di battere le mani una volta prima di bere, salutando con “Bula”, e tre volte dopo.

Durante il viaggio avrei ritrovato la kava in occasioni diverse, dalle serate informali in ostello all’accoglienza in villaggio.

Viaggio alle Fiji- la kawa

Dormire in un villaggio delle Fiji a Navotua

Dopo il Barefoot Manta mi sono spostata a Navotua, sull’isola di Nacula. Quando sono arrivata ero l’unica viaggiatrice ospite del villaggio.

Qui l’homestay permette di alloggiare nella comunità e condividere alcuni momenti della sua quotidianità.
Ci sono un capo, gli anziani e consuetudini da rispettare anche come ospiti. Per esempio, tutte le donne devono indossare il sullu, il pareo tradizionale che va legato intorno alla vita come una gonna e portato sotto il ginocchio.

Per la visita ho portato in dono della radice di kava per il sevusevu, la presentazione cerimoniale agli ospitanti. È un gesto di rispetto, attraverso il quale ci si presenta alla comunità per essere accolti.

Tawa, un’anziana del villaggio, mi ha accompagnata a conoscere l’orto comune. Mi ha mostrato le piante utilizzate nella medicina tradizionale, la cassava, gli alberi di mango e di papaya. L’orto era di tutti e gli uomini che vedevo lavorare la terra si occupavano anche dei maiali.

Nel mio alloggio non c’erano elettricità di rete né acqua calda. Un piccolo pannello solare mi permetteva di ricaricare il telefono. La sera perdevo anche la connessione.

Il bagno era esterno, all’aperto e senza luce. Di notte era buio pesto e sentivo le onde infrangersi sulla riva, soprattutto quando si alzava il vento.

viaggio alle Fiji- villaggio di Navotua

La vita quotidiana nel villaggio

Ho mangiato con gli abitanti di Navotua, principalmente riso, pesce e cassava, conosciuta anche come manioca. Quando viene bollita, la sua consistenza mi ricorda quella di una patata.

Al mattino facevo colazione con uova, succo o un tè  preparato con le foglie. Il caffè non esiste.
Per me era una piccola abitudine a cui rinunciare.

Mentre mangiavo, il pranzo era già sul fuoco. Negli spazi adibiti a cucina la legna scoppiettava sotto le pentole e i calderoni. Le case erano semplici, di legno e tetti di lamiera; le finestre spesso non hanno i vetri lasciavano passare anche le mosche.

Nel villaggio c’erano una chiesa e una scuola.
Nei villaggi tradizionali il cristianesimo è molto sentito.
Durante il mio soggiorno i bambini andavano a lezione dalle otto del mattino alle due del pomeriggio. Nelle ore trascorse lì vedevo gli uomini lavorare la terra o uscire a pescare e le donne occuparsi della cucina e di molti lavori domestici.

È la quotidianità che ho osservato a Navotua nei giorni in cui sono stata ospite. Un piccolo pezzo delle Fiji, conosciuto entrando nelle case e sedendomi a tavola con chi ci vive.

viaggio alle Fiji- Fiji time

Fiji Time per una che va sempre di fretta

“Take your time. Fiji Time.”

Me lo sono sentita dire più volte. Io che vado sempre di fretta, che guardo l’ora e tendo ad arrivare puntuale, mi sono trovata spesso ad aspettare.

Fiji Time è un’espressione che durante il viaggio ho sentito usare per invitarmi a prendere le cose con più calma. È un diverso concetto di tempo rispetto a come siamo abituati in cui le relazioni e i propri bisogni personali, contano più della puntualità e gli orari sono più flessibili.
Nei momenti condivisi con le persone che ho incontrato per esempio, una conversazione poteva durare più del previsto e i programmi spostarsi.

Io, intanto, ero spesso quella già pronta.

Quando andare alle Fiji

La stagione generalmente più secca va da maggio a ottobre. Per chi desidera provare a vedere le mante nella zona di Drawaqa, il periodo indicato è solitamente lo stesso, forse tra luglio e settembre hai il picco, ma senza garanzie di avvistamento.

Io sono partita a settembre. Le mante non le ho incontrate, ma sono tornata con il mio primo brevetto sub e la voglia di continuare a immergermi.

Le persone da cui vorrei tornare

A Nadi sono rientrata per gli ultimi giorni del viaggio, nello stesso ostello in cui avevo trascorso la prima notte. Ed è lì che ho lasciato un pezzo di cuore.

Ormai conoscevo tante persone lungo il viale e loro conoscevano me. La sera ci ritrovavamo a cantare, bere qualcosa e condividere la kava. È stata una delle esperienze più belle che abbia mai fatto in ostello.

Sono partita da sola, ma durante questo viaggio non mi sono sentita sola neanche un secondo.

Da bambina le Fiji erano il nome di un posto lontanissimo sentito in un film. Adesso, quando ci penso, mi vengono in mente Saki, Tawa, le serate con la chitarra insieme a Bill e le persone che vorrei tornare a trovare.

Probabilmente, essendomi fatta degli amici del posto, dovrò tornare. Chissà.

Vinaka!