Dove si trova oggi?
E perché abbiamo bisogno che siano altri popoli a dimostrarcela?
Oggi più che mai sento parlare di autenticità, spesso venduta come un prodotto di marketing.
Viviamo circondati da immagini, esperienze e identità costruite per essere mostrate.
Più percepiamo che qualcosa è preparato, filtrato o venduto, più sentiamo il bisogno di chiamare “autentico” ciò che sembra sfuggire a quella costruzione.
Il paradosso è che anche l’autenticità è diventata un’estetica e un prodotto. Non basta più viaggiare: bisogna vivere “come un locale”, raggiungere un villaggio remoto, dormire con i nomadi, evitare i luoghi turistici. E soprattutto bisogna mostrarlo.
Così finiamo per ripetere tutti la stessa ricerca dell’esperienza irripetibile.
È una domanda che mi ero già posta incontrando le [donne Karen della Thailandia]:
una cultura perde autenticità quando cambia, oppure sta semplicemente cercando un modo per continuare a esistere?
Perché cerchiamo l’autenticità negli altri?
Questa parola ricorre tanto anche perché oggi l’identità non è soltanto qualcosa che viviamo: è qualcosa che raccontiamo continuamente agli altri.
Attraverso i social scegliamo quali parti di noi rendere visibili e cerchiamo esperienze capaci di confermare l’immagine che vogliamo dare. Anche il viaggio rischia così di diventare una dimostrazione: del nostro coraggio, della nostra libertà, della nostra distanza dalla vita ordinaria.
Forse è per questo che abbiamo iniziato a cercare l’autenticità soprattutto altrove. Nei villaggi remoti, nelle comunità indigene, tra i popoli che immaginiamo ancora lontani dalla modernità. Come se avessimo bisogno che fossero gli altri a custodire ciò che noi sentiamo di avere perduto.
Autenticità non significa immobilità
Ma che cosa accade quando quelle persone cambiano?
Quando indossano abiti occidentali, usano uno smartphone, aprono un’attività o trasformano una tradizione in una fonte di guadagno, iniziamo a domandarci se siano ancora “autentiche”. È come se la loro autenticità dipendesse dal rimanere ferme nel tempo, fedeli all’immagine che noi viaggiatori abbiamo costruito di loro.
È una contraddizione difficile da ignorare: desideriamo incontrare persone reali, ma rischiamo di considerarle tali soltanto finché corrispondono alle nostre aspettative.
Forse il problema non è che alcune culture stiano perdendo autenticità. Forse siamo noi a confondere l’autenticità con l’immobilità.
Una cultura viva non rimane identica a sé stessa. Cambia, assorbe influenze, si adatta, trova nuovi modi per sopravvivere. Questo non significa necessariamente che abbia perso la propria identità. Anche reinventarsi può essere una forma autentica di esistere nel presente.
Quando l’autenticità diventa una tendenza
Lo stesso equivoco riguarda il nostro modo di viaggiare.
Per sfuggire alle destinazioni diventate troppo turistiche, cerchiamo luoghi sempre più lontani, esperienze più estreme, territori che sembrano ancora incontaminati. Oggi può essere la Mongolia, una notte nel deserto o qualche giorno trascorso con una famiglia nomade. Domani sarà probabilmente un altro luogo.
Cambia l’estetica del viaggio, ma la dinamica rimane la stessa.
Prima seguivamo le fotografie di Bali, i viaggi in van e le destinazioni diventate simbolo di libertà. Ora, per distinguerci da chi compie quei viaggi, cerchiamo l’esperienza in mezzo al nulla. Ma quando tutti inseguono la stessa idea di unicità, anche la ricerca dell’autenticità finisce per diventare una tendenza.
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare luoghi remoti o incontri lontani dalla propria quotidianità. Il problema nasce quando confondiamo la rarità di un’esperienza con la sua verità.
Che cosa rende autentico un viaggio?
L’autenticità non dipende dalla rarità della destinazione o dalla fatica necessaria per raggiungerla. Dipende dal modo in cui entriamo in relazione con un luogo.
Da quanto siamo disposti ad ascoltare prima di interpretare. Dalla capacità di incontrare le persone senza chiedere loro di rappresentare qualcosa per noi. Dal rispetto con cui ci avviciniamo a una cultura, accettando che possa essere diversa dall’immagine che avevamo costruito prima di arrivare.
Un viaggio può essere autentico anche in una meta turistica, in una città conosciuta da tutti o persino vicino casa. Perché non è il luogo a rendere vero un incontro. È la nostra disponibilità a lasciarci sorprendere, a mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere e a non trasformare ogni esperienza in una prova da mostrare agli altri.
Forse viaggiare in modo autentico significa smettere di cercare continuamente qualcosa che nessun altro abbia visto e imparare a osservare davvero ciò che abbiamo davanti.
L’autenticità comincia da noi
Forse, allora, l’autenticità non è una qualità da cercare negli altri. Non appartiene soltanto ai popoli lontani, ai villaggi isolati o alle vite che ci sembrano meno costruite della nostra.
Riguarda anche il modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
Essere autentici non significa vivere senza contraddizioni, lontano dalla modernità o al di fuori di ogni influenza. Significa forse riconoscere ciò che siamo, anche mentre cambiamo, senza trasformare ogni scelta in una rappresentazione.
Vogliamo tutti sentirci autentici. Forse perché abbiamo paura di vivere una vita già scritta, uguale a quella degli altri. Viaggiamo, cambiamo strada e cerchiamo esperienze capaci di farci sentire più liberi. Ma ciò che incontriamo, a volte, è l’opposto di quello che stavamo cercando.
L’autenticità non è necessariamente nascosta alla fine del mondo. Potrebbe iniziare nel momento in cui smettiamo di domandarci come apparirà la nostra esperienza e cominciamo, semplicemente, a viverla.